IO SONO IL VENTO – NOTE DI REGIA

Affrontare un autore come Jon Fosse non è una impresa semplice. Rimare stabili e bilanciati fra realismo e astrazione, fra concretezza e assurdo, è una sfida affascinante, ma dai risvolti imprevedibili. Moderno come pochi altri, il linguaggio dell’autore norvegese offre molte soluzioni di racconto e di messa in scena. Io sono il vento (2007) è un testo rarefatto, denso e profondo come tutta la drammaturgia di Fosse, nel quale però la poesia della lingua e del gesto quotidiano si fondono con grande armonia, come se si necessitassero a vicenda. In questa pièce niente è superfluo, non ci sono escrescenze narrative o drammaturgiche, tutte le parole sono pesate con la bilancia, sono giuste: non una di più, non una di meno. E’ questa straordinaria capacità di sintesi e di equilibrio che mi attrae e mi spinge verso Jon Fosse. Il dialogo interiore sulla vita e sulla morte – ma anche sulla libertà, l’indipendenza e il controllo – di Io sono il vento parla alle identità di tutti, perché la ricerca di senso dietro le cose, dietro la forza delle cose, è la molla esistenziale, indispensabile, che ci fa scattare, che dà sostanza ai nostri pensieri.

Un senso di inevitabilità è sotteso al dramma, come se la realtà delle azioni compiute portasse inesorabilmente verso una fine. Verso la fine. Ma è il caso a dominare, ce lo dice subito Fosse:

Io non volevo

Lo feci così per caso 

Lo facesti così per caso

Ed è di suicidio che si parla. La scelta che più di ogni altra è simbolo del libero arbitrio, nell’apertura del dramma di Fosse è figlia del caso. Non dell’inconsapevolezza o dell’incoscienza. Non ci sono psicologie da indagare o motivazioni da giustificare. Non c’è sottotesto da far emergere. I personaggi sulla scena vivono una condizione data, dalla quale non possono allontanarsi o sfuggire, che non possono neanche capire.

In un dramma in cui le azioni e la situazione stessa sono illusioni, sono fantasticate e forse desiderate, la regia dovrà essere sicura e rigorosa, dovrà saper mescolare realismo e assurdo nelle giuste dosi. Anche la scenografia lavorerà in questo senso: oggetti e luoghi concreti si alterneranno a condotte e visioni mimate. Quello che Fosse non chiede ai suoi personaggi, lo chiede a chi a quei personaggi dovrà dar corpo. Sono gli attori a doversi fare carico della consapevolezza, e quindi anche del peso emotivo, del dramma: una recitazione asciutta e tesa, che faccia del suono della voce e del ritmo delle battute la sua chiave interpretativa.

Io sono il vento è una partitura che va eseguita con scrupolo, uno strumento ad orologeria con tempi precisi e necessari, che vanno rispettati. Non si tratta di essere scioccamente fedeli al testo: la forza dell’autore norvegese è nella musicalità delle sue pause, dello scambio di repliche, dell’alternarsi dei movimenti. Non è necessario opporsi, sarebbe un errore: l’equilibrio toccato da Fosse è, invece, il porto da raggiungere.

Due uomini su una barca immaginaria.

Uno si è ucciso.

Forse.

Alessandro Greco